Essere freelance: 6 anni dopo

iceberg

Quel sassolino nella scarpa

Ho sempre desiderato aprirmi una partita IVA perché a 20 anni lo consideravo l’unico modo per esprimere al massimo la mia libertà. Nel 2012 ho fatto il “grande salto” e l’ho fatto con la convinzione che mi avrebbe portato a grandi cose. Tutto questo non è successo. Ho dovuto ingoiare grossi rospi e stringere i denti per andare avanti fino al momento in cui ho capito che non era quella la mia strada.

I motivi per cui sono tornata a fare la dipendente sono tanti e uno di questi è stata la sfortuna di non aver incontrato i clienti giusti. Forse qualcuno direbbe che i clienti giusti te li vai a cercare, ma io rispondo che per me non è stato affatto semplice. I motivi sono veramente tanti e non sto qui ad a elencarli. Ripensando a tutto ciò che è successo in questi 6 anni, mi darei una pacca sulla spalla per non aver mai mollato e averci creduto fino alla fine. Me la darei soprattutto perché ho evitato di darla in faccia ai miei clienti, che a volte se la sarebbero davvero meritata.

Ora che ho chiuso un capitolo della mia vita professionale sento il bisogno di raccontare tutto (o quasi) quello che ho dovuto sopportare in questi anni e che ha contribuito a farmi scegliere un lavoro da dipendente piuttosto che continuare a svolgere un’attività da libera professionista.

Se pensi di trovare i nomi delle aziende o riferimenti espliciti nelle parole che seguiranno mi spiace deluderti. Non saranno nemmeno in ordine di tempo. Il mio intento è solo di togliermi quel sassolino nella scarpa che fa tanto male e che sta lì da troppo tempo. Voglio soltanto mettere tutto nero su bianco per dire a me stessa che se non è andata come speravo non è solo colpa mia e dei miei errori.

Pensa come mi posso essere sentita quando scrivevo articoli per un blog aziendale commissionati da un’agenzia web che non credeva nel blog come strumento di comunicazione, ma solo come mezzo per fare link building. In pratica non era importante ciò che scrivevo perché serviva solo a mettere un link nell’articolo. La cosa buffa che a distanza di 1 anno ho incontrato una persona che mi raccontava di un corso in cui aveva fatto da docente e aveva parlato di come si scrive un articolo per un blog. Tra gli articoli portati ad esempio ce n’era proprio uno di quelli che avevo scritto io. Buffo, no!?

C’è stato poi chi credeva che dopo nemmeno 1 mese di collaborazione Facebook potesse cambiare le sorti della propria azienda e che bastassero uno o due post pubblicati su una pagina (e 0 post sponsorizzati) a portare clienti. Peccato che io non faccia di professione il mago. Com’è andata a finire? Collaborazione interrotta di punto in bianco e soldi scomparsi come scompaiono le vallette dei maghi nei bauli.

E quella volta che il cliente ha voluto interrompere il contratto perché io non rispondevo ai messaggi? Non sai quante volte ho ricontrollato la posta elettronica cercando quel messaggio che mi aveva fatto perdere il cliente. A distanza di tempo, circa 2 o 3 anni dopo, mi capitò di guardare nella chat di Facebook e mi accorsi che alcuni messaggi erano finiti sotto la voce “Altri”. Ecco dove si era cacciato quel messaggio furbacchione!

Nel momento in cui cercavo un cambiamento mi si è presentata una buona occasione: gestire un blog aziendale e i profili dell’azienda su due diversi social network in un settore molto distante dal mio. Le premesse erano buone. Avevo accettato di scrivere un articolo di prova perché mi era stato proposto un compenso. Rarità nel mondo del web! L’articolo aveva fatto colpo ed eravamo passati alla fase successiva, ovvero stabilire la struttura del blog e i contenuti da realizzare. Contavo su questo lavoro, ma non ho nemmeno iniziato perché mentre attendevo il contratto da firmare mi è stato comunicato che il lavoro non si sarebbe più svolto.

C’è stato poi un cliente a cui ho davvero dedicato anima e corpo per quasi 1 anno. Quando eravamo arrivati al termine del contratto ho deciso di chiudere la collaborazione. Era stato l’anno più duro per me. Il mio compagno aveva trascorso quasi un mese di ospedale e a distanza di tempo ricordo quel periodo con molta tristezza. La mia energia era stata completamente risucchiata, vuoi per le esigenze del cliente vuoi per la mia situazione personale, perciò non volevo rinnovare il contratto. È stato l’inizio della fine. Ho ancora la mail dove mi si scrive che non ero stata io a decidere di andarmene, ma ero stata messa nella condizione di farlo. A loro poi si è aggiunta l’agenzia web che mi ha minacciata di ritorsioni se non facevo ciò che mi chiedevano. Mobbing e minacce… qui ho fatto l’en plein. Dimenticavo… non sono stata pagata del tutto.

Con la stessa agenzia web avevo iniziato nei mesi precedenti una collaborazione. Ero stata incaricata di scrivere degli articoli per il loro blog aziendale che parlavano di argomenti riguardanti il web. Abbiamo fatto una riunione, diviso i compiti, sviluppato una bozza di piano editoriale, dopodiché il delirio. Mi sono ritrovata in mezzo al rapporto tra l’azienda e uno dei suoi dipendenti, che forse si sentiva minato dalla mia presenza e pertanto non perdendo occasione di sottolineare i miei errori. Io avevo deciso di lavorare autonomamente proprio per non incappare più in situazioni di questo genere. Come pensi che sia andata a finire?

Si aggiunge a tutto questo una persona che mi aveva fatto ottenere un contatto con uno dei clienti sopra citati e che mi aveva conosciuta in altro contesto. Mi scrisse dopo diverso tempo e ci sentimmo al telefono. Mi confessò che quell’azienda le aveva raccontato delle cose sul mio conto un po’, come dire, modificate (tanto per gradire!). Mi aveva contattata perché mi chiedeva di svolgere un lavoro, così abbiamo iniziato a scambiarci delle mail. Lo scambio si è interrotto ben presto, quando non ricevendo mia risposta immediatamente – e sottolineo immediatamente! – sono stata liquidata con toni molto acidi. La stessa persona a distanza di due anni è tornata a farsi viva chiedendomi di pubblicare un articolo riguardo un evento di cui era addetto stampa. Ancora attende una mia risposta…

Mentre scrivo mi è tornata alla mente una persona con cui avevo avuto più di un incontro sia individuale sia di gruppo con i suoi collaboratori. Era tutto pronto, mancava la firma sul contratto. A detta di questa persona firmare un contratto per poter avviare i lavori era una mancanza di fiducia da parte mia e avrei dovuto iniziare a lavorare anziché richiedere la sua firma.

Un altro cliente che merita di essere ricordato è quello che di punto in bianco mi ha chiuso il contratto. Ero ad un evento e mentre chiacchieravo con una mia amica mi arriva un messaggio. Non di posta elettronica, ma su Facebook. Il messaggio diceva che recedevano dal contratto e festa finita. Ho cercato di proporre un incontro o una telefonata per parlarne, ma mi è stato risposto che era inutile perché era una decisione aziendale (leggi “della famiglia”), quindi era così e basta. La reazione di questa persona è stata di bloccarmi su Facebook, sintomo di un comportamento professionale e maturo. Ancora sto aspettando di essere pagata per il lavoro svolto e se poi ti dicessi qual è il suo ruolo a livello locale e quali sono le sue attività nel settore in cui opera non mi crederesti.

Non sono potuta scendere nel dettaglio, perché non è carino fare nomi e cognomi. Avendo deciso di chiudere con l’attività da libera professionista ho voluto sfogarmi un po’. Sono sicura che ci saranno tante altre persone nella mia stessa situazione e mi farà piacere condividere le sventure di liberi professionisti come me, che fanno fatica a farsi strada in questo mondo fatto di furbi e di persone fuori di testa.

Tuttavia sappi che aver avuto la sfortuna di incontrare quasi tutti clienti di questo tipo è stato uno dei tanti motivi per cui ho abbandonato l’idea di lavorare a partita IVA. Forse, se avessi avuto clienti diversi, avrei continuato a fare questo lavoro accorgendomi poi troppo tardi che non era quello che volevo fare da grande. Guardare al bicchiere mezzo pieno sempre!

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